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Non è un rigurgito europeista quello che ha spinto Nicola Puglielli e il suo trio a fare un disco dove l’America degli standards, della tradizione epica imbalsamata, eppure smagliante non c’entra. E’ un’istanza culturale, semmai, fatta con la grazia di un musicista gentilmente sovversivo. Nicola Puglielli conosce tutte le vecchie castagne (old chestnuts, gli standards americani), lo ha fatto per percorso professionale, per urgenza. La chitarra di Nicola Puglielli ha un tocco lucido. Mentre suona, con lo sguardo disimpegnato, con la faccia da biscazziere buono, la camicia tutta stirata, il trench appena minaccia di piovere, il bavero alzato di rigore, la sigaretta come naturale prolungamento dei denti. “Hai da accendere?”. Se fosse vivo Doisneau l’avrebbe di sicuro fotografato. Viaggio Concorde, infine, che nome strano, è un aereo obsoleto, pure un pò vintage, che fa venire in mente cocktail supersonici sopra l’Atlantico, proprio verso l’America. Come uno spauracchio, quello che Puglielli e il suo trio evitano, circumnavigandola l’America, come in un periplo, senza mai fermarsi. Recuperando il tango in Argentina (Piazzolla), pagando il giusto tributo al gigante della musica brasiliana (Jobim) intercettando il lato più intenso della cultura cantautoriale italiana (Bindi, Martino, Conte, Paoli) intessendo queste ricreazioni jazzistiche con i propri brani, sempre arguti come le parole crociate: pieni di riferimenti, rebus, vignette, spigolature. Le speranze infrante di un vecchio aereo di lusso, la malinconia ed il rigore di certi inverni, il caffè sul fuoco, Philip Catherine e più su Django Reinhardt, sulla sua nuvola: a questo mi fanno pensare la musica e la chitarra di Nicola Puglielli.
Francesco Mandica (critico musicale)
08 Jul 2007 Nick